Sotto il vestito, niente: è ancora così? Il parere di Maria Clotilde Spallarossa

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La provocazione a mio parere c’è quando l’oggetto, il servizio da comunicare, non ha attinenza col mondo femminile.
Pubblicizzare un silicone utilizzando l’immagine di una donna nuda dentro una doccia mi sembra non solo provocazione, stereotipo etc ma soprattutto banale.
Non è controproducente, ma non aggiunge nulla. Chi l’ha ideata ha pensato al target principalmente maschile e ha considerato che utilizzando un’immagine di donna si gratificasse in qualche modo la categoria, e si potesse dare anche impulso alle vendite?
Diverso è quando invece traspare la violenza. È stato il caso di alcuni brand moda che si sono visti bocciare dall’istituto di autodisciplina, a ragione, campagne pubblicitarie che, seppur velatamente, trasmettevano un’immagine di sottomissione e violenza.
All’estero, se tralasciamo i paesi di religione islamica dove la donna stessa spesso non può essere oggetto di comunicazione se non completamente vestita e in pose “non provocanti” (e qui si tratta di un altro tipo di discriminazione), abbiamo notato come le norme siano ancora più severe. Soprattutto in paesi come la Spagna dove il femminicidio è un fenomeno contro il quale si combatte con fermezza già da diversi anni.
Ed è proprio quest’ultimo aspetto quello più importante a mio avviso, che più ci deve far riflettere e preoccupare. Vigilare con attenzione e responsabilità affinché la pubblicità faccia la sua parte nell’educazione dei giovani uomini, e contrastare in maniera decisa l’uso improprio dell’immagine della donna.

Maria Clotilde Spallarossa
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